Per tanti della mia generazione — gli “ottantini”, nati tra il 1976 e il 1986 — abitanti di grandi città o di piccoli centri come nel mio caso, arrivò un giorno in casa un giornale.
La posta veniva consegnata poco prima dell’ora di pranzo. Spesso arrivava insieme a un genitore che tornava dal lavoro, con in mano quel pacchetto di buste — bollette, pubblicità, offerte — che venivano lasciate all’ingresso. Mia madre poi si occupava di ripartire le finanze familiari. Al Sud, le aspettative erano spesso ridotte: il sogno era “il posto fisso”, possibilmente statale, o altrimenti un lavoro a nero, malpagato. Tra i volantini che sfogliavo con curiosità, ce n’era uno patinato, simile a un catalogo, che raccontava la storia di un uomo.
Un uomo chiamato Silvio Berlusconi. Un uomo che diceva di essere partito da zero, e che lì raccontava la sua ascesa. Prima gli immobili, poi le televisioni, la pubblicità, lo sport, le banche, le associazioni, infine la politica. Ad oggi ho letto oltre 80 biografie su di lui, tra autorizzate e non. Quell’uomo indicò a tutta la nostra generazione che era possibile realizzarsi come imprenditori, come uomini, anche partendo dal nulla.
Ci ha dato una speranza. All’epoca iniziai a sognare di diventare come lui. E, in fondo, sto ancora imparando. Al di là delle convinzioni politiche, Berlusconi è entrato nella storia. Non solo nella storia d’Italia, ma del mondo intero, mostrando quanto le relazioni internazionali potessero contribuire alla pace. Penso a Putin, Gheddafi, Bush.
Ci ha insegnato a crederci.
Grazie.
Pierluca Marino
