Non si è ancora spenta l’eco della splendida vittoria di domenica scorsa della Nazionale Femminile di Volley, che ha scritto la storia conquistando il Mondiale sotto la guida di Julio Velasco. Velasco ha guidato le straordinarie Yasmina Akrari, Ekaterina Antropova, Carlotta Cambi, Anna Danesi, Monica De Gennaro (campana di Piano di Sorrento), Paola Egonu, Sarah Fahr, Eleonora Fersino, Gaia Giovannini, Stella Nervini, Loveth Omoruyi, Alessia Orro, Benedetta Sartori e Myriam Sylla a un trionfo che non è solo sportivo, ma anche umano, perché racconta ancora una volta la forza di un uomo capace di trasformare le squadre in comunità e i giocatori in persone consapevoli del proprio valore.
Velasco non è nuovo a queste imprese: negli anni ’90 costruì la “generazione di fenomeni” della pallavolo maschile italiana, vincendo tutto e cambiando per sempre il modo di intendere questo sport. La sua grandezza, però, non si misura solo dai trofei.
Alle spalle ha un passato che lo ha forgiato: studente di filosofia e attivista maoista in Argentina, fu costretto a vivere in clandestinità sotto il Regime dei Colonnelli mentre amici e colleghi di Università sparivano nel nulla. Esperienze dure che hanno lasciato profonde cicatrici, amplificando la sua capacità di empatia e la sua visione profonda dell’essere umano. Non a caso, in ogni spogliatoio ha portato un messaggio semplice e rivoluzionario: l’errore non è un colpevole da condannare, ma una lezione da cui ripartire.
Oggi, con l’umiltà che lo contraddistingue, ama definirsi un ‘nonno che allena’. Forse è proprio questo il suo segreto: trasmettere saggezza senza arroganza, infondere fiducia senza illusioni, chiedere coraggio senza promesse facili.
Il Mondiale vinto dalle azzurre non è soltanto una medaglia: è la conferma che il metodo Velasco, fatto di rispetto, fiducia e responsabilità condivisa, non invecchia. Perché più che allenare sportivi, Julio Velasco continua a formare persone.
francesco russo
