Peppe Iodice è un comico partenopeo, orgogliosamente originario del quartiere Barra. Il suo film è al botteghino da qualche settimana e sono tantissime le famiglie che si siedono al cinema per vederlo. Si presenta come un’opera divertente, sia nei trailer sia nel racconto dello stesso protagonista.

In realtà, non è proprio così. Il film di Peppe Iodice è il frutto dell’esperienza non solo sua, ma anche di tutti coloro che lavorano con lui da anni. Nel corso della sua carriera ha scelto professionisti che hanno riconosciuto in lui un leader, con cui portare avanti un sogno: esprimere sé stessi divertendo il pubblico, senza rinunciare a un’interessante attenzione ai problemi sociologici del nostro Paese.

Il film è ben girato e ben diretto; ogni attore è calato nel proprio ruolo. Peppe Iodice interpreta un giornalista vessato all’interno di una tipica redazione, “Canale 31”, da un caporedattore che, per diversi motivi, lo tiene ai margini della creatività e della vita dell’emittente. Nella prima parte, il protagonista appare passivo rispetto alla propria esistenza: non prende decisioni, non vuole cambiare il suo presente ed è in balia del mondo esterno, rappresentato dal potere economico, dagli standard estetici e dalle difficoltà nella relazione con i figli. Tutto questo fino a quando, per una stranissima casualità, muore davvero — non per finta, come gli era già capitato — e, durante il funerale, torna improvvisamente in vita.

Questo shock lo porta a diventare una persona diversa: più proattiva nel lavoro, capace di comunicare con gli altri da pari e non più da subordinato. Si rivolge ai giovani non dicendo ciò che vogliono sentirsi dire, ma ciò che è giusto dire: li sprona a studiare e a realizzare i propri sogni, anche quando si tratta di mestieri semplici come il meccanico. Un messaggio con cui è facile essere d’accordo.

Bisogna dire sempre la verità ai giovani, senza paura. Hanno bisogno di confronti veri e seri; bisogna smettere di compiacerli per ogni loro richiesta. Se si concede tutto, quel tutto perde valore: ogni cosa va conquistata per essere davvero apprezzata.

Il film enfatizza anche il racconto della sua vita, ambientata in una tipica stanzetta di periferia, e il rapporto con i genitori e con la genitorialità. Il protagonista riesce a recuperare il legame, ormai sopito, con la moglie e, alla fine, diventa finalmente il protagonista della propria vita.

Insomma, “Mi batte il corazon” è un momento di riflessione sulle nostre esistenze personali e familiari. Ci invita a un lavoro introspettivo per capire se stiamo vivendo come il Peppe “di prima” o come il Peppe “di dopo”. Offre spunti per guardare alla nostra vita in modo diverso, più attivo — ma solo se lo vogliamo davvero.

Andare al cinema è bello, ma creare ricordi positivi è qualcosa di indelebile.

Pierluca Marino