Oscar (pronuncia: “Oscàrr!”)
Cinque lettere che, pronunciate nella piccola Caserta, ancora oggi fanno accapponare la pelle.

Un nome che evoca deferenza e familiarità, rispetto e orgoglio, sorrisi, amore e nostalgia.

Chi ha avuto la fortuna di vivere da tifoso gli anni di Oscar
lo considera un campione da amare, ma anche uno di famiglia.

Perché Oscar è sempre stato disponibile con tutti.
Lo incontravi per le vie di Caserta e lui, con quell’aria un po’ allampanata da eterno bravo ragazzo, era sempre pronto a concedere un “five”, un autografo o una fotografia (scattata da un amico, perché allora i cellulari con fotocamera non esistevano e i selfie si chiamavano ancora autoscatti).

“Chiedi chi erano i Beatles”, cantano gli Stadio.
Chiedi chi era Oscar, dico io. Lo sanno tutti: a Caserta lo conoscono tutti.
A Caserta, chi ama il basket adora Oscar.

Quando arriva per disputare il primo campionato in bianconero, nel 1982 (mamma mia, 44 anni fa!), la Juvecaserta è in A2. I neoarrivati Sarti e Tanjevic lo vogliono insieme a Slavnic (si potevano tesserare solo due stranieri). La scelta di un brasiliano e di uno jugoslavo (eh sì, allora c’era la Jugoslavia) fa storcere il naso a quelli di noi che si stavano avvicinando al basket sapendone ben poco: il basket era americano, soprattutto nero, e quei due erano pallidi pallidi.

Ricordo il Torneo di Caserta, disputato al Palazzetto di Viale Medaglie d’Oro, del suo esordio casalingo: lui, con la sua faccia da buono capitato lì per caso, di fronte al pivottone nero della Cantine Riunite Reggio Emilia, Roosevelt Bouie, che sembrava potesse mangiarselo.
Non ci mise molto, Oscar, a far capire di che pasta fosse fatto.

Pensammo, prima di quel torneo, che sarebbe ripartito dopo poco (“ma ‘e brasiliane nun jocano tutt’ a pallon’?”).
È rimasto nove campionati.

È arrivato in A2 e ci ha lasciato (è stato mandato via) dopo aver vinto una Coppa Italia, disputato per due anni la finale playoff (entrambe con Milano) e per due anni la semifinale (entrambe con Pesaro, che la seconda volta vincerà il titolo), disputato una finale di Coppa Korac (persa con Roma), una finale di Coppa delle Coppe (persa con il Real Madrid) e due di Coppa Italia (perse entrambe con la Virtus Bologna), e segnato tanti, tanti, tanti, tanti, tanti punti (in due campionati supera i 1000 punti in stagione regolare).

E poi?
Poi resta il grande dubbio: se avesse avuto un pivottone vicino (proprio come Shackleford), avrebbe vinto un campionato? Avrebbe vinto di più? Se fosse rimasto, Caserta avrebbe vinto il campionato 1990-91?

Non lo so. E non lo voglio sapere.

Ma so che il movimento si è sviluppato intorno a lui.
Non sarebbero cresciuti né Nando né Enzo, né sarebbero arrivati i campioni che con loro hanno vinto il titolo: Sandro, Tellis e Shack.

So che Oscar ci ha resi grandi, ci ha fatto crescere e innamorare ancora di più del basket. So che ha preso Caserta, la piccola città di Caserta, e l’ha portata in giro per l’Europa, affrontando Arvydas Sabonis, Dražen Petrović, Nikos Galis e Juan Antonio San Epifanio, tra i più grandi giocatori europei di tutti i tempi.
So che trascinava con le sue “bombe”, ma anche con la sua passione, la dedizione e la tenacia.

Gli hanno dato, con colpevole ritardo, la cittadinanza onoraria.
Ma Oscar è stato da sempre cittadino casertano, perché lo ha adottato una cittadinanza intera, non un’istituzione pubblica.

È stato il nostro Masaniello, il nostro capopopolo.
È stato Oscar.

E io mi terrò sempre strette le maglie delle squadre di basket in cui ho giocato, perché tutte hanno, da me indegnamente indossato, il numero 18: quello di Oscar.

(…)

Oscar ci ha lasciati.
Era già eterno in vita, lo sarà ancora di più adesso.

Se c’è qualcosa dall’altra parte, ritroverà l’amato Maggiò, Sarti, Marco Ricci e tanti dei suoi tifosi casertani che lo accoglieranno con il calore di sempre. Abbraccerà il suo amico Diego Maradona che, quando poteva, veniva al Palamaggiò a fare il tifo per lui.

Si moltiplicano i post con foto, video, ricordi.
Tutti, tutti hanno un aneddoto, un racconto. Perché Oscar si concedeva sempre a tutti. Sapeva essere il grande campione temuto e rispettato dagli avversari, quello delle incredibili strisce di canestri da tre punti, ma anche il ragazzone buono, educato, disponibile e generoso con tutti.

Oscar ha dichiarato che il suo non era talento, ma tanto lavoro.
Mi permetto di dissentire: il suo talento è stato quello di essere prima un uomo che un campione; il suo talento è stato non adagiarsi e lavorare per accompagnare quel suo innato talento nelle mani; il suo talento è stato dare tutto per la maglia bianconera (se glielo avessero chiesto, avrebbe anche fatto le pulizie al Palamaggiò); il suo talento è stato essere Oscar.

L’uomo che in questi giorni sta raccogliendo attestati di amore incondizionato dai tifosi e di stima dagli avversari.
Ha detto: “Non sarei mai andato via”.
Non è mai andato via, perché lo abbiamo sempre sentito “nostro”, anche quando era a Pavia, Valladolid o indossava le casacche di Corinthians, Grêmio, Bandeirantes e Flamengo. Era “nostro” anche quando l’NBA lo ha inserito nella Hall of Fame.

Oggi tutti i suoi “sudditi” piangono, perché grazie a lui, tanti anni fa, c’è stata una generazione che si è sentita grande a livello sportivo, si è sentita a suo agio tra i grandi d’Italia e d’Europa, una generazione che per la prima volta si è sentita orgogliosa di un giocatore che perfino l’NBA voleva.

Oscar, a te vanno il mio amore, la stima, il rispetto e la gratitudine per le emozioni che mi hai dato.
francesco