Caro Direttore,

I dati contenuti nell’ultimo rapporto di Fondazione Symbola “Io sono Cultura 2026” restituiscono l’immagine di un Mezzogiorno nel quale le industrie culturali e creative non rappresentano più un settore marginale, ma una componente sempre più importante dell’economia meridionale.

Qui il sistema produttivo culturale e creativo vale circa 17 miliardi di euro, occupa più di 283 mila persone e continua a crescere. Tra il 2024 e il 2025, il numero delle imprese culturali e creative del Sud è aumentato in misura superiore alla media nazionale. All’interno di questo scenario, la Campania occupa una posizione di primo piano: produce un valore aggiunto di 5,8 miliardi di euro e conta 87 mila occupati nel sistema produttivo culturale e creativo.

Non siamo, dunque, di fronte a un fenomeno episodico. La cultura è ormai un vero comparto produttivo. Comprende l’audiovisivo, l’editoria, la musica, il design, la comunicazione, i videogiochi, il software, le arti visive e performative, la valorizzazione del patrimonio storico e molte altre attività capaci di generare economia, occupazione e innovazione.

Questi risultati si inseriscono anche nel quadro del grande lavoro svolto negli ultimi anni dalla Film Commission e dalla Direzione Generale per le Politiche culturali e il Turismo della Regione Campania. Un’attività che ha contribuito a rafforzare il tessuto culturale regionale, sostenendo festival, produzioni audiovisive, spettacoli, iniziative di valorizzazione del patrimonio e progetti capaci di raccontare la Campania in Italia e all’estero.

Gli effetti di questo investimento sono visibili. La nostra regione è diventata un grande set cinematografico e televisivo; ha consolidato manifestazioni culturali di rilievo nazionale e internazionale; ha dato spazio a nuove esperienze imprenditoriali e professionali; ha rafforzato la propria capacità di trasformare storia, paesaggio, identità e creatività in occasioni di sviluppo.

Il lavoro svolto dalle istituzioni pubbliche, tuttavia, non può essere considerato un punto di arrivo. Deve rappresentare la base dalla quale iniziare una nuova fase.

Il prossimo passo è far comprendere agli imprenditori del territorio quanto sia importante l’impatto che la cultura genera sull’economia e sulla qualità della vita delle nostre comunità. Per troppo tempo, infatti, il sostegno privato alla cultura è stato interpretato quasi esclusivamente come una forma di mecenatismo: un gesto certamente meritorio, ma spesso percepito come separato dalla normale attività economica di un’impresa.

Questa visione deve cambiare.

Sostenere un festival, una produzione cinematografica, una rassegna teatrale, un museo, un progetto editoriale o un’iniziativa dedicata alla valorizzazione di un territorio non significa soltanto finanziare un evento. Significa contribuire alla costruzione di un ambiente più attrattivo, dinamico e competitivo.

Dove cresce l’offerta culturale, aumentano le occasioni di incontro, si rafforza l’identità dei luoghi, si sviluppano nuove professionalità e si generano ricadute per il turismo, la ristorazione, l’accoglienza, il commercio e i servizi. Migliora anche la percezione esterna di un territorio e, con essa, la sua capacità di attrarre visitatori, talenti, investimenti e nuove imprese.

Un territorio culturalmente vivo è anche un territorio nel quale si vive meglio. E un luogo nel quale si vive meglio diventa inevitabilmente più interessante anche per chi vuole fare impresa. Per questa ragione, il coinvolgimento del mondo produttivo non dovrebbe limitarsi alla sponsorizzazione occasionale di una manifestazione. Occorre costruire un rapporto più stabile tra istituzioni, imprese culturali e imprenditori del territorio.

Le aziende possono diventare partner dei progetti culturali, contribuire alla loro progettazione, sostenerne la crescita nel tempo e inserirli nelle proprie strategie di responsabilità sociale e di comunicazione. Possono finanziare percorsi educativi, iniziative rivolte ai giovani, produzioni capaci di promuovere il territorio e attività che restituiscano valore alle comunità nelle quali operano.

Ma perché questo accada è necessario anche un cambiamento da parte del sistema culturale. Le imprese e gli operatori del settore devono imparare a parlare con maggiore chiarezza il linguaggio dell’economia, presentando non soltanto la qualità artistica delle proprie iniziative, ma anche il loro impatto sociale, occupazionale e territoriale.

Non basta chiedere a un imprenditore di “aiutare la cultura”. Bisogna mostrargli quale valore può essere generato attraverso quell’investimento: quante persone possono essere coinvolte, quale pubblico può essere raggiunto, quali ricadute possono prodursi e quale reputazione positiva può derivarne per l’impresa.

Allo stesso tempo, le istituzioni regionali potrebbero favorire questo incontro attraverso strumenti dedicati: tavoli permanenti tra imprese e operatori culturali, incentivi alle partnership pubblico-private, momenti di confronto e sistemi capaci di misurare e comunicare gli effetti economici e sociali dei progetti sostenuti.

La Campania possiede tutte le condizioni necessarie per diventare un laboratorio nazionale in questo campo. Ha un patrimonio storico e paesaggistico straordinario, una forte identità, competenze creative riconosciute e una capacità narrativa che continua ad affermarsi nel cinema, nella televisione, nella musica, nel teatro, nell’editoria e nelle nuove tecnologie.

Ora bisogna fare in modo che questa ricchezza incontri in maniera strutturale il sistema imprenditoriale regionale. Il settore pubblico ha avuto, e continuerà ad avere, un ruolo fondamentale. Ma la crescita non può dipendere esclusivamente dai contributi pubblici. Se vogliamo rendere più solide le nostre imprese culturali, creare occupazione qualificata e dare continuità ai progetti, è necessario ampliare la platea dei soggetti disposti a investire.

La cultura non chiede beneficenza. Chiede di essere riconosciuta per ciò che è: una forza produttiva, un’infrastruttura sociale e uno strumento capace di migliorare concretamente la vita dei territori. Sostenere la cultura non significa soltanto fare mecenatismo. Significa investire nello sviluppo economico, nell’attrattività, nell’occupazione e nella crescita dell’intera comunità, generando benefici diffusi e duraturi.

Per una regione come la Campania, la cultura non è un costo. È uno degli investimenti più redditizi sul futuro.

Giovanni Parisi
CFO, TILE Storytellers