Da Napoli il centro premiato come miglior centro di formazione d’Italia. Noemi Bergamasco, 35 anni, alla guida di Polo Formazione Campania: 1.800 ragazzi formati negli ultimi cinque anni in tutta la regione, dalle superiori all’università.

Un ragazzo di sedici anni che passa i pomeriggi sui libri e arriva all’interrogazione con la testa vuota. Una studentessa di ventitré che ha dato quattro esami in due anni e non lo dice più a nessuno. È da qui, dice Noemi Bergamasco, che parte quasi sempre il lavoro. «Il problema non è quanto tempo ci mettono. È che nessuno ha mai insegnato loro come si studia. Poi si convincono di non essere portati, e quella convinzione pesa molto più di un brutto voto».

Su questo lavoro è arrivato il riconoscimento di miglior centro di formazione d’Italia, al termine di una selezione tra 35 realtà attive sul territorio nazionale. A riceverlo è stata Polo Formazione Campania, guidata da Bergamasco, 35 anni, che opera sulle soft skills e sull’apprendimento strategico tra le province di Napoli, Salerno e Caserta: 1.800 ragazzi formati negli ultimi cinque anni.

L’università, il punto dove si rompe tutto

Se sulla scuola il dibattito pubblico c’è, sull’università il buco è più silenzioso. Nel 2025 in Italia solo il 31,1% dei giovani tra i 25 e i 34 anni ha una laurea: penultimo posto nell’Unione europea, dove la media supera il 44%. E chi si iscrive spesso non arriva in tempo: secondo i dati richiamati dalla Commissione europea, il 43,8% supera la durata prevista del corso di oltre tre anni.

Il carico psicologico dietro quei numeri è enorme. Un’indagine dell’Università Federico II di Napoli ha rilevato che lo stress da università riguarda otto studenti su dieci, con sintomi fisici legati alla pressione degli esami. «Il fuoricorso quasi mai è un ragazzo pigro», dice Bergamasco. «È uno che si è bloccato, che rimanda l’esame perché ogni volta che apre il libro sente addosso il peso di tutto quello che non ha fatto. E più rimanda, più il peso cresce. Nessuno gli ha mai spiegato come si organizza un semestre, come si ripassa, come si gestisce lo stress il giorno prima. Diamo per scontato che si impari da soli. Non è vero».

Il quadro di partenza, in Campania, resta il più difficile del Paese: nell’anno scolastico 2024/2025 il 17,6% degli studenti dell’ultimo anno delle superiori arriva al diploma senza le competenze minime in italiano e matematica — è la cosiddetta dispersione implicita, contro una media nazionale dell’8,7% — e la quota di under 30 che non studiano e non lavorano supera il 24%, quasi il doppio del dato italiano.

Non per accontentarsi: per non rinunciare a niente

Su un punto Bergamasco è netta, e non è quello che ci si aspetta da chi insegna metodo di studio. «Il metodo non serve a fare quello che devi. Serve esattamente al contrario: a fare quello che vuoi, senza rinunciare al resto».

«Il messaggio che questi ragazzi ricevono da anni è: se vuoi risultati, sacrifica tutto. Salta le uscite, lascia lo sport, chiuditi in camera. E poi si stupiscono che mollino. Un ragazzo che studia in modo efficace si riprende il pomeriggio, torna ad allenarsi, vede gli amici, dorme. Non è un premio: è la condizione perché regga per anni. Studiare bene non è studiare di più, è smettere di pagare due volte lo stesso prezzo».

È qui che, secondo lei, entrano le soft skills. «Le chiamano competenze trasversali e sembra una parola vuota. Trasversale vuol dire una cosa precisa: se impari a gestire il tempo, a parlare in pubblico, a reggere la pressione, quelle cose non le usi solo per un esame. Le usi al colloquio, quando devi dire di no, quando vuoi cambiare strada. È l’unica formazione che continua a rendere anche quando il programma di studio è finito da un pezzo».

Il metodo si costruisce, non si applica

La formula del percorso premiato sta in una scelta controcorrente: niente protocollo uguale per tutti. «Due studenti con lo stesso libro davanti hanno bisogno di due strategie diverse», spiega. «C’è chi ha bisogno di visualizzare, chi di raccontare ad alta voce, chi di ricostruire i collegamenti. Il nostro compito è capire come funziona quella testa lì e costruirci sopra il metodo».

Accanto alle tecniche di apprendimento, il percorso lavora sulle competenze che scuola e università raramente allenano in modo esplicito: gestione del tempo, autonomia, tenuta emotiva sotto esame, capacità di esporre davanti agli altri. «Quando un ragazzo si riprende il pomeriggio libero, il voto migliora quasi da solo. Ma la cosa importante è che ha smesso di pensare di essere il problema».

Un posto dove si parla di sogni

Il lavoro non si esaurisce nelle ore d’aula. Polo Formazione Campania ha strutturato negli anni la Soft Skills Academy, un programma continuativo fatto di serate formative, appuntamenti online e d eventi residenziali. L’ultimo, «Sogna in Grande», si è chiuso il 4 settembre dopo cinque giorni di formazione intensiva su obiettivi, team work e leadership.

È qui che, secondo Bergamasco, si gioca la partita vera. «In questo territorio i ragazzi crescono sentendosi ripetere quello che non potranno fare. La cosa più utile che possiamo dare loro non è una tecnica in più: è un luogo in cui si parla di sogni, di coraggio e di possibilità, e in cui nessuno ride di te se dici cosa vuoi diventare. Non è retorica. È l’unico antidoto che conosco alla rassegnazione, che qui si impara prestissimo e si disimpara con enorme fatica».

Coinvolte anche le famiglie, con serate dedicate ai genitori: «Il primo cambiamento spesso non riguarda lo studente. Riguarda come si parla di scuola in casa».

Dieci anni, e parecchia diffidenza

Dietro il riconoscimento ci sono dieci anni di lavoro, cominciati con un ostacolo che Bergamasco non nasconde: la diffidenza. «Quando dicevo che facevo formazione sul metodo di studio, la reazione più frequente era il sospetto. Qui la parola formazione è stata consumata da anni di corsi finti, di attestati che non servivano a niente, di gente che prometteva e prendeva soldi. Le famiglie hanno tutte le ragioni per non fidarsi».

«Ci ho messo anni a farmi valutare per i risultati e non per le promesse», aggiunge. «L’unica pubblicità che funziona qui è una madre che ne parla a un’altra madre, o uno studente che passa l’esame e lo dice al suo gruppo. Lento, faticoso, ma è l’unico modo per costruire qualcosa che regga». Il conto, oggi, è di 1.800 ragazzi passati per i percorsi del centro negli ultimi cinque anni, in tutta la Campania.

Una squadra, e tre centri nati da qui

Il centro di Napoli è guidato insieme a Rita Alfieri, co-responsabile, con un team formato da Raffaele Barbato, Eugenia Vittoria Cabib, Enza Trezza e Marcello Bisesti.

Dallo stesso gruppo di lavoro sono nate altre tre realtà sul territorio: Francesco Esposito è responsabile della sede di Napoli 2, Joy Giusy Palmiero di quella di Caserta, Maddalena Russo di Salerno. Tutti e tre si sono formati nel centro di Napoli prima di mettersi in proprio.

«Per me è il risultato di cui vado più orgogliosa», commenta. «Formare persone che a un certo punto aprono la loro attività e arrivano dove io non posso».

«Ci hanno affidato i loro figli»

Alla domanda su chi vada ringraziato per il riconoscimento, Bergamasco sposta subito il discorso. «Il premio non lo abbiamo vinto noi da soli. Lo hanno vinto le famiglie che ci hanno affidato i loro figli, spesso in un momento in cui a casa la situazione era tesa e la fiducia poca. Le scuole che ci hanno aperto le porte e hanno accettato di far entrare qualcuno da fuori. Le aziende che ci hanno chiesto di lavorare sulle loro persone, che vuol dire consegnarci obiettivi veri e problemi che non si raccontano volentieri».

«E soprattutto i ragazzi», aggiunge. «Ognuno di loro ci ha raccontato una storia: un esame che non passava, un padre da convincere, un sogno che non avevano mai detto ad alta voce. Fidarsi costa, in un territorio dove tanti si sono sentiti presi in giro. Ogni volta che qualcuno lo ha fatto con noi, ci ha dato qualcosa che non si compra. Il grazie più grande va lì».

Da Torre Annunziata, senza andare via

Nata a Torre Annunziata e a Napoli dal 2016, formatrice e specialista di metodo di apprendimento, certificata come Tutor di Apprendimento, Bergamasco ha scelto di dare all’attività la forma di un’impresa, che oggi amministra come socia unica con collaboratori su tutta la regione.

«Sono cresciuta dove ai ragazzi si elenca soprattutto quello che non potranno fare», dice. «Faccio questo lavoro per la ragione opposta: il metodo si impara, l’ambizione si allena, e non serve prendere un treno per costruirsi qualcosa».

Il prossimo passo è l’accreditamento regionale come ente di formazione, per portare gli stessi percorsi anche dove oggi non arrivano: «I ragazzi che avrebbero più bisogno di noi sono quelli le cui famiglie non possono pagare un corso. Finché resto solo sul mercato privato, quei ragazzi non li incontro. È il limite più grande di quello che faccio adesso, e voglio superarlo».